Se pensate all’investigatore privato come ad uno 007 in stile hollywoodiano che, come nei film, forza serrature, ruba codici criptati e scambia informazioni con la criminalità organizzata, forse avete bisogno di conoscere più da vicino questa complessa professione e il delicato equilibrio tra ricerca della verità e rispetto della legge (e della deontologia professionale) che richiede. Insomma, investigatore privato non ci si improvvisa.

Non tutti sanno, in effetti, che gli investigatori privati, così come altre categorie di professionisti quali, ad esempio, i giornalisti, gli avvocati o i farmacisti hanno una specifica deontologia da rispettare. Che significa? Che oltre alla legge, gli investigatori professionisti e regolarmente autorizzati devono sottostare ad un insieme di regole di comportamento, un codice etico che la Federpol – Federazione Italiana degli Istituti Privati per le Investigazioni, per le Informazioni Commerciali e per la Sicurezza cioè l’associazione professionale rappresentativa della categoria – ha elaborato e che gli investigatori devono appunto rispettare.

E tra le premessa al codice deontologico dell’investigatore privato ci sono motivazioni rilevanti, proprio a tutela delle persone che all’investigatore scelgono di affidarsi: “Considerata, inoltre, la delicatezza delle singole operazioni effettuate nello svolgimento della attività investigativa, le quali spesso comportano l’ingerenza, con le informazioni assunte, nella sfera privata del destinatario della medesima, con evidenti ripercussioni di carattere giuridico ed etico… L’attività professionale di Investigatore privato, nella sua più ampia accezione, è improntata alla scrupolosa osservanza delle regole fondamentali di integrità morale, responsabilità professionale e riservatezza oltre il normale rispetto di tutte le leggi vigenti”.

Abbandonati, quindi, il grimaldello, i messaggi cifrati e i boss della malavita, l’investigatore privato sceglie di essere un professionista che mette gli interessi del cliente innanzi ai propri: “l’investigatore privato – si legge ancora nel codice – deve rappresentare e/o difendere il suo cliente in maniera tale che il suo interesse prevalga sul proprio e su quello di un collega o di terzi in generale; se egli non ritiene di essere in grado di assolvere all’incarico assunto, deve rinunciare espressamente”.

E che dire della privacy, tema oggi più scottante che mai, con cui l’investigatore privato è tenuto a fare i conti tutti i giorni?

“Il titolare della licenza nonché i suoi collaboratori, previamente segnalati alla Prefettura di competenza, devono sempre assolvere i propri doveri professionali con il massimo scrupolo ed impegno evitando sempre ed in ogni caso di commettere atti limitativi della libertà individuale. In particolare, gli stessi, nell’essere tenuti alla massima riservatezza sulle informazioni acquisite nell’esercizio della attività investigativa, devono provvedere all’osservanza scrupolosa delle nuove disposizioni”.

Nodo centrale della professione è, del resto, la questione del segreto professionale a cui il codice dedica l’intero Titolo II. “Dovere fondamentale dell’investigatore è quello di informare il Cliente sulla segretezza delle informazioni acquisite nei confronti del destinatario dell’investigazione, nei casi in cui è esentato dall’informare quest’ultimo di essere in possesso dei suoi dati personali; nonché di rendere edotto il committente quando lo stesso è esonerato dal richiedere il consenso dell’interessato per il trattamento dei dati acquisiti”. Anche nei rapporti con i media l’investigatore è tenuto a privilegiare il riserbo sulle informazioni di cui è in possesso: “i rapporti che deve tenere l’investigatore privato con la stampa devono essere improntati al rispetto e alla tutela della riservatezza delle notizie acquisite per il tramite del proprio ufficio”.

Se, in sostanza, vi state chiedendo se un’agenzia investigativa è tenuta a rispettare il segreto professionale, la risposta non può essere che sì (e sin dalla prima consulenza).

 

 

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