“L’emergenza sicurezza nel nostro Paese non sono furti e rapine, in netta diminuzione negli ultimi anni su tutto il territorio nazionale – si legge in un lungo articolo pubblicato sul sito dell’AGI ad agosto – sono gli oltre 130 omicidi contro le donne, che anno dopo anno si consumano nei contesti familiari, per mano di un marito o un partner, un ex o altro familiare”. I dati, presentati annualmente dal Viminale, fanno il punto sulla sicurezza nei 12 mesi precedenti, e restituiscono il quadro di un Paese in cui “essere donne è un fattore di rischio altissimo, e non per la strada o in viaggio, non a causa di sconosciuti, ma soprattutto nei contesti e nelle reti familiari e di relazione che più dovrebbero essere protettivi e sicuri”.

Come ogni anno i numeri rimbalzano e i dati della violenza sulle donne appaiono incerti, sfocati come, del resto, risulta ancora per molti versi il fenomeno del femminicidio e le sue definizioni. Eppure il 25 novembreGiornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne – rimane un punto fermo, un momento di riflessione collettiva di portata sovranazionale, in cui gli eventi culturali si susseguono, in genere, accendendo confronto e dibattito.

“Dall’inizio del 2018 sono state uccise decine di donne (a fine marzo eravamo a quota 20), ma non possiamo ancora avere numeri esatti – si legge sul portale di informazione LaPresse – Sappiamo invece che nel 2017 le donne uccise nel nostro Paese sono state 114 (una ogni due giorni e mezzo), pari al 36,3% degli omicidi totali censiti nello stesso periodo. Sono i dati dell’Eures Ricerche economiche e sociali, che ha stilato il “Quarto rapporto sul femminicidio in Italia. Caratteristiche e tendenze del 2017”. Il dato è parziale perché prende in considerazione solo i primi 10 mesi del 2017. Per avere i dati di un anno intero dobbiamo andare al 2016, quando sono state uccise 150 donne, il 37,1% del totale degli omicidi, la percentuale più alta in Italia dal 2000”. 

Perché il 25 novembre per ricordare la violenza sulle donne?

Ad istituire il 25 novembre come Giornata mondiale contro la violenza sulle donne è stata l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in ricordo delle sorelle Mirabal, attiviste della Repubblica Dominicana, uccise il 25 novembre 1960 per la loro opposizione al regime dittatoriale. “La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne è stata istituita partendo dall’assunto che la violenza contro le donne sia una violazione dei diritti umani – si legge sul sito Onu Italia – Tale violazione è una conseguenza della discriminazione contro le donne, dal punto di vista legale e pratico, e delle persistenti disuguaglianze tra uomo e donna”.

E, intanto, ha preso il via, con l’hashtag #Nonènormalechesianormale, l’iniziativa social della Camera in vista del 25 novembre per la lotta allo stalking e ai femminicidi, “posta un tuo video contro la violenza sulle donne e contro i femminicidi” (per saperne di più vai all’artico di Repubblica).

Femminicidio: un termine dai contorni ancora incerti

Secondo l’Accademia della Crusca, il femminicidio consiste nel “provocare la morte di una donna, bambina o adulta, da parte del proprio compagno, marito, padre o di un uomo qualsiasi, in conseguenza del mancato assoggettamento fisico o psicologico della vittima”. Eppure se da una parte il cosiddetto decreto-legge anti-femminicidio ha introdotto, nel 2013, una serie di misure tra cui l’aggravante della “violenza assistita” per maltrattamenti commessi davanti ai figli, “la legislazione italiana non contempla ancora una definizione di femminicidio inteso come uccisione di una donna per questioni di genere, cioè come un omicidio in cui l’appartenenza al genere femminile della vittima è causa essenziale e movente dell’omicidio stesso” (fonte Senato della Repubblica).

E, proprio mentre scriviamo questo articolo, il correttore di Word segna ripetutamente in rosso femminicidio, quasi a volerci ricordare che, in fondo in fondo, la parola “suona male”. Ma sulla questione il dibattito è ancora (fortunatamente) aperto.

Cosa può fare la nostra agenzia investigativa in casi come questi?

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